È una delle domande che riceviamo più spesso nello studio, spesso con una punta di preoccupazione: “Ho la parodontite — posso ancora fare un impianto?” La risposta non è un sì o un no secco. È una risposta che dipende da dove si trova la malattia, da quanto è stata trattata e da quanto il paziente è disposto a impegnarsi nel mantenimento. La parodontite non è una controindicazione assoluta agli impianti dentali. Ma è una condizione che cambia le regole del gioco, e che richiede un percorso preciso.
La Dr.ssa Cinzia Crivellari del nostro studio dentistico a Spinea segue regolarmente pazienti con storia di malattia parodontale che arrivano a una riabilitazione implantare. In questo articolo spieghiamo quando è possibile procedere, quali rischi bisogna conoscere e come si costruisce un percorso sicuro.
Perché la parodontite complica gli impianti
Per capire il problema, basta partire da un dato di base: l’impianto dentale ha bisogno di osso sano e di tessuti molli in salute per integrarsi correttamente e durare nel tempo. La parodontite agisce esattamente su questi due elementi — distrugge l’osso alveolare e compromette la qualità del tessuto gengivale — rendendo il terreno implantare meno favorevole.
C’è però un aspetto ancora più critico. I batteri responsabili della parodontite non scompaiono da soli: se sono ancora presenti nella bocca al momento dell’inserimento dell’impianto, possono colonizzare i tessuti perimplantari e innescare la perimplantite — l’infiammazione batterica attorno all’impianto, analoga alla parodontite per i denti naturali. Una complicanza che, se non intercettata in tempo, può portare alla perdita dell’impianto stesso.
La regola fondamentale: prima si tratta la malattia
Questo è il punto che nessun percorso serio può aggirare. Un impianto in una bocca con parodontite attiva è un impianto a rischio elevato. Prima di valutare qualsiasi riabilitazione implantare, la malattia parodontale deve essere trattata e stabilizzata.
Nel nostro studio a Spinea questo significa seguire un percorso strutturato in fasi:
Fase 1 — Terapia parodontale e rivalutazione
Si parte dalla terapia causale: rimozione professionale di placca e tartaro sopra e sotto il margine gengivale, igiene motivazionale, trattamento delle tasche parodontali. Nelle settimane successive si rivalutano i parametri clinici per verificare che la malattia sia effettivamente sotto controllo. Solo quando i valori di sondaggio e il sanguinamento rientrano nei limiti accettabili si può iniziare a pianificare l’impianto.
Nei casi più avanzati — con tasche profonde persistenti o perdita ossea significativa — può essere necessaria una fase chirurgica parodontale prima di procedere.
Fase 2 — Valutazione implantologica
Una volta stabilizzata la parodontite, si effettua la valutazione implantologica completa: esame obiettivo, radiografie digitali, impronte con scanner intraorale 3Shape e, se necessario, tomografia computerizzata per mappare con precisione il volume osseo disponibile. In molti pazienti parodontitici l’osso è parzialmente riassorbito, ed è in questa fase che si decide se è necessaria una rigenerazione ossea guidata prima o contestualmente all’inserimento degli impianti.
Fase 3 — Inserimento e monitoraggio ravvicinato
L’intervento implantare si svolge in anestesia locale, con gli stessi protocolli standard. La differenza, per un paziente con storia parodontale, è che il piano di mantenimento post-implantare deve essere più frequente e più rigoroso rispetto alla media. Controlli ogni tre mesi nei primi anni, monitoraggio costante dei tessuti perimplantari, igiene professionale mirata: sono misure non opzionali, ma parte integrante del protocollo.
Impianti in pazienti parodontitici: cosa dice la letteratura
La ricerca clinica degli ultimi vent’anni ha chiarito molto su questo tema. I pazienti con storia di parodontite trattata e stabilizzata possono avere impianti con tassi di successo elevati, comparabili — seppur leggermente inferiori — a quelli dei pazienti senza storia parodontale. La condizione determinante non è l’aver avuto la malattia: è averla controllata.
I fattori che aumentano il rischio in questo gruppo di pazienti sono noti e gestibili: salute parodontale residua non ottimale, scarsa compliance nel mantenimento, fumo, diabete non compensato. Conoscerli significa poterli affrontare prima che diventino un problema.
Quando invece l’impianto non è indicato
Esistono situazioni in cui, almeno in quel momento, l’implantologia non è la strada percorribile. Una parodontite attiva non trattata è la principale. Allo stesso modo, un volume osseo insufficiente che non può essere recuperato con la rigenerazione, o condizioni sistemiche che compromettono la guarigione, possono orientare verso soluzioni protesiche alternative. La valutazione clinica onesta è il punto di partenza: non esistono percorsi uguali per tutti.
Impianti e parodontite a Spinea: come valutiamo il tuo caso
Se hai ricevuto una diagnosi di parodontite e stai pensando a uno o più impianti, il primo passo è una visita integrata che valuti insieme lo stato parodontale e la fattibilità implantare. È quello che facciamo nello studio della Dr.ssa Cinzia Crivellari a Spinea: costruiamo un percorso che rispetti i tempi biologici, non li aggirate. Perché un impianto fatto nel momento sbagliato non è un investimento — è un rischio evitabile.
Siamo punto di riferimento per i pazienti di Spinea, Mirano, Mestre, Dolo e Venezia.
